Ipotesi per un design dell'inclusione


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Giuseppe Marinelli De Marco

Transition Town: una nuova Gestalt urbana

 

Questa ricerca si basa su una idea di nuovo ed originale management urbano adatto alle fasi di transizione sociale quale quella che stiamo vivendo di demolizione della economia Keynesiana.

Questo particolare concept di Transition Town, si differenzia dal modello delle Transition Town originario, basate sul concetto di “Decrescita” sociale, in cui, a segnalare la distanza dalla società attuale si vorrebbe addirittura coniare una moneta autonoma, oltre a molte altre caratteristiche di rifondazione sociale sicuramente interessanti nelle intenzioni, ma decisamente estreme e perciò a mio avviso incapaci a porsi come modello praticabile in quanto ideologico.

La ricerca che proponiamo ha come scopo la progettazione e costruzione di nuclei abitativi sperimentali grazie ad un design integrato di Architettura e Design, Sostenibilità, Domotica, Agricoltura verticale, Management urbano e Marketing dello Sharing abitativo, oltre che alla determinante formazione di Reti di Impresa.

La cronanca della economia contemporanea ci dice che i destinatari storici di housing sociale sono molto cambiati; soprattutto è cambiato il paradigma del rapporto stabilità-instabilità nella economia, che sta passando dal modello a “idrocarburi” oggi in profonda eclisse, a qualcosa di diverso, tale da cambiare la percezione effettiva di chi è indotto in condizione critica.

Ieri era riconducibile alla sfera della povertà dentro un modello sostanzialmente stabile, anzi teoricamente consumista e progressivo. Oggi a causa della durissima arena competitiva e delle incessanti nuove tecnologie, l’area della criticità è enormemente allargata a scala mondiale, e nei paesi indiustrializzati include in modo allarmante una percentule enorme di laureati e professionalizzati. Questo è un dato nuovo che se da un lato apre verso nuove energie per nuove opportunità rilanciando fortemente l’iniziativa privata, al tempo stesso apre anche verso inquietanti scenari di potenziale default se parliamo in termini di Vision e Mission. Non è più pensabile infatti una società che da un lato genera “conoscenza” attraverso milioni di laureati per poi lasciarli morire emarginandoli lentamente. I nostri giovani hanno bisogno e diritto non solo di lavorare, ma di essere utili alla società, e la società deve garantire loro il diritto di sentirsi parte utile del mondo, parte di un progetto di mondo, e non il residuo del progetto. Ma il rischio di una società sostenibile ma ingegneristica, ruvida o liscia che sia, ma guidata dalla sola economia, o peggio ancora senza timone, c’è, eccome.

Transition Town risponde positivamente a due aspetti del problema: uno di abbassare l’asticella della criticità sociale complessiva sottraendo, seppure in modo temporaneo, almeno il problema di trovare una abitazione dignitosa senza esborso di denaro; l’altro è quello di stimolare la formazione di reti d’impresa basate sull’innovazione. Reti Smart. E’ chiamato Transition perché non è dato di prevedere allorquando questo periodo di passaggio finirà, quali saranno i mega-trend o i mega-scenari emergenti, ma noi vorremmo che in questi esiti la nostra società democratica mantenesse fermamente alcune caratteristiche di umanesimo, cosa oggi possibile anche sotto l’aspetto dei modelli di business a rete, dall’autoproduzione, o dalle molte importanti esperienze di co-working.

Accanto a questi dati, sappiamo dai report delle Nazioni Unite che fra pochissime decadi il 65-70% della popolazione mondiale vivrà in metropoli o in megalopoli, in breve, in rilevanti ammassi urbani.

Il termine Smart City inquadra perciò un processo affascinante in cui le tecnologie informatiche e telematiche oggi ben accessibili, possono e ovviamente devono contribuire alla semplificazione, alla fluidificazione, alla facilitazione ed esaltazione intelligente, della vita dei cittadini nelle metropoli grazie ad un televisore che parla con il frigorifero o un congegno intelligente che mentre annaspiamo nel traffico, cucina per noi e annaffia le piante da solo. Ma sappiamo anche molto bene che le tecnologie per natura, ruolo e destino non sono mai chiamate ad indicare la direzione del cambiamento o paradossalmente ad essere il driver di se stesse. Questo ruolo spetta al fattore Design Thinking. Il fattore Design Thinking, è una costellazione di pensieri transdisciplinare adatta a società complesse, e traduce in segni e sistemi di segni, le mappe sistemiche che emergono dallo studio delle nuove geografie create nei nuovi sistemi di vita sociale. Appare quindi sempre più come un autentico driver di processi sociologici di vasta portata in quanto capace per storia e per natura, specie oggi, di tradurre in nuovi alfabeti formali le molte trasformazioni in corso, verso un vero e proprio ecosistema culturale. La sostenibilità oggi è impellente ed emergente, ma non so dire se effettivamente sia ancora il vero cuore del problema.

Il cuore del problema è che mentre diventiamo sempre più globali diventiamo sempre meno unversali, e la nostra capacità di immaginare e concettualizzare si appiattisce in modo inquietante. Abbiamo bisogno di una nuova Gestalt Urbana, abbiamo bisogno di un immaginario urbano per il terzo millennio, attorno a cui legare l’economia basata sulla sostenibilità.

Una sfida importantissima capace di organizzare e dare configurazione, a processi il cui fine ultimo è quello della qualità identaria generale della città, quindi non solo attorno a valori economici, impiantistici, tecnici o energetici. L’insediamento ha assoluto bisogno del valore simbolico e dunque il contrasto alla dispersione del Capitale Simbolico attraverso la proliferazione di non-luoghi nelle nostre città, è una azione fondamentale. Abbiamo un bisogno forte di riconoscerci in luoghi che amiamo e che possiamo strappare al catalogo dei “non luoghi”. L’ottimizzazione di valori tecnici sostenibili, a partire da tutte le parole a cui mettiamo davanti il prefisso “eco”, insomma la nuova ingegneria della sostenibilità, è oggi assolutamente necessaria, ma non può mai da sola, costituire o anche solo restituire il valore simbolico di una adeguata cultura sociale e collettiva dello spazio, l’architettura di una piazza, di un ponte, di quel teatro urbano di cui abbiamo bisogno per riconoscerci in un “Luogo”. Luoghi insomma che sono il cuore e l’anima delle città europee, ma oggi non solo europee.

Gli abitanti delle Transition Town, devono passare attraverso una accettazione da parte di un social network gestito dalle amministrazioni con le aziende, e poi, temporaneamente installati, offrono alla comunità parte del proprio tempo e abilità in cambio dell’usufrutto gratuito di spazi e funzioni di valore estetico e funzionale molto alto, entrando così in un circuito di utilità sociale repiproca. Gli spazi sono catterizzati da alto valore aggiunto mediante smart technologies, e gestite dai relativi comuni, attraverso un mix di domotica, permacultura, autoproduzione energetica, agricoltura verticale, baby sitting, assistenza agli anziani, manutenzione, analisi dei flussi e delle reti disponibili a fenomeni di riciclo e alla mappatura di comunità e individui con valori condivisi. In tal modo, in via preliminare, si ipotizzano possibili termini di un nuovo management urbano in società complesse, in cui il dato sociale dell’inclusione non confligga, anzi si confronti e si integri con nuovi modelli economici basati sulla responsabilità individuale e di gruppo. Come è stato detto e scritto da molti economisti si tratta di vere e proprie “Economie senza denaro”.

Il dato innovativo consiste nella sua natura sistemica, poiché tende a superare il dualismo di sistema-aperto/sistema-chiuso, attraverso il concetto di adattività, di auto-organizzazione ed usa il mix tecnologico: materialità – sostenibilità – immaterialità, in modalità embedded, e tendente alla ricerca di continui punti di equilibrio tra processi di decisione bottom-up e top-down, ed in cui la rete umana sociale delle differenze, è percepita come risposta e non come problema, evitando al tempo stesso il peso di un sostegno pubblico, oggi impossibile.

Il complesso edilizio sito in Largo Cervignano in Pordenone è stato realizzato all’interno di un programma ATER all’inizio degli anni 80 con caratteristiche sicuramente interessanti di architettura che ha saputo sviluppare in un modo colto un programma edilizio di housing sociale, soprattutto considerando l’impatto di town design. Oggi questo insediamento manifesta un forte deficit sia a livello impiantistico per la parte elettrica e per gli aspetti connessi all’area golenale, e sia sotto gli aspetti di impatto visivo, in particolare nella parte del complesso alta otto piani che sta a fronte strada. La amministrazione comunale ha pensato di utilizzare il paradigma Transition Town, delle architetture temporanee da costruire esattamente nel luogo stesso della loro vita quotidiana, onde poter in questo modo realizzare una grossa operazione di recupero ambientale evitando notevoli disagi o addirittura traumi da disadattamento per la componente degli anziani e dei piccoli.

Il cantiere dovrebbe costituire una sorta di macchina edile programmata per realizzare la messa a norma, scala per scala, mentre gli abitanti la cui composizione è anche profondamente variata nel tempo rimarrebbero nello spazio che è loro consueto e familiare. In questa operazione che durerebbe mesi, dal momento che in tutte le unità residenziali andranno eseguite opere di messa a norma abbastanza radicali, si approfitterrà per tentare delle variazioni di standard edilizi non solo appropriate ma oggi anche necessarie e rispondenti a nuove ed aggiornate richieste dalle convenzioni ISO 9000 e nel fare questo cercheremo, attraverso un piano di programmazione condiviso con l’amminjstrazione, che rimane il soggetto ideatore e promotore, di far emergere tutte le caratteristiche inerenti il paradigma ambientalista contemporaneo, ma soprattutto della cultura ambientale e figurativa delle costruzioni attuali.

Due punti: 1) Come rete utente, il progetto prevede la costituzione di un social web network che, sostenuto dai comuni d’europa, focalizza in modalità online tutte quelle situazioni critiche che rispondono ai requisiti di accettazione e di reciprocità socialmente sostenibile. Si tratta di requisiti che servono in ciascun insediamento, a seconda del tipo di “popolazione critica “ che andrà a abitarci temporaneamente e dunque presente in quello o in quell’altro quartierino.

Diversamente, come rete proponente, il progetto prevede la costituzione di sistemi misti pubblico privato di aziende ( costruzioni, prodotto, componentistica, sistemi informatici per appartamenti intelligenti, destinati a vari tipi di utenze, anche allargate per il sostegno agli anziani ) e si rivolge a quei players, in grado di cogliere le potenzialità insite nel leggere in modo diverso tali processi, ad es. opportunità concrete per un nuovo modello di business “social” a scala internazionale.

Queste problematiche oggi in europa ancora non sono formulate in modo chiaro in termini di mercato, ma va detto che su un nuovo tipo di social housing molto più moderno ed attuale, esistono segnali importanti che si appoggiano su trend in cammino molto precisi e che almeno per i prossimi decenni, appaiono irreversibili. Questo tema è destinato ad evolvere molto rapidamente dal piano del disagio alla richiesta più esplicita in termini di mercato e di domanda-offerta di servizi abitativi evoluti. Per concludere questo progetto è un progetto di Sistema ed ha perciò tutte le prerogative necessarie per interessare una vera e ampia molteplicità di attori sociali, professionali, imprenditoriali, finanziari e culturali, che il Design Management deve interconnettere e assemblare in funzione sia di riqualificazione delle aree urbane, che di prospettive di nuovi settori del business. Si pensi soltanto cosa potrebbe rappresentare in funzione di un nuovo tipo di turismo low cost ma di alta dignità per cultura spaziale e innovatività. Si pensi ad un Design dell’accogliena e del ridisegno di territori ieri industriali, oggi in fortissima crisi di dentità, si pensi al Design per i BBCC coninsuo immenso repertocio di opere e siti archeologici.

 

 

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